Arti Marziali

ARTI MARZIALI 

Antiche discipline orientali la cui pratica sviluppa e aiuta a comprendere le potenzialità fisiche, mentali e spirituali dell’Uomo, promuovendo l’equilibrio psicofisico e preparando alla difesa personale.

Il fine ultimo delle Arti Marziali è quello di favorire il risveglio spirituale e la comprensione della trascendenza, attraverso la riscoperta della propria natura essenziale, che non è altro che la riproduzione in scala della struttura e dell’ordine naturale di tutte le cose, della Realtà ultima.

Delle tecniche psicocorporee che favoriscono la crescita interiore, permettendo di raggiungere interiormente quell’equilibrio, quel silenzio e quel distacco che sono condizioni indispensabili per la crescita spirituale.

Combinazione di discipline intellettuali e pratiche fisiche, sono un misto di filosofia, religione e tecnica con “elementi che via via si sono aggiunti e reciprocamente integrati in un processo che data sin dagli albori della civiltà”.

Alcuni studi sembrano individuare due principali poli di diffusione delle arti marziali in Oriente: Cina e India; la prima ha influenzato culturalmente Paesi quali il Giappone e la Corea, mentre il secondo tutta l’area del Sud-Est Asiatico, Indonesia in particolare; l’Indocina ha subito influssi sia dalla Cina che dall’India.

E’ praticamente impossibile rintracciare con precisione le origini delle diverse arti marziali dei differenti Paesi ma è possibile tracciarne l’evoluzione; di volta in volta vengono alla luce, infatti, testimonianze che certe tecniche a un tratto subirono una svolta.

Una delle tappe fondamentali di tale evoluzione è senz’altro la contaminazione culturale tra Cina e India, allorquando, nel V secolo d.C., il monaco indiano Bodhidharma si recò nel celeste impero per diffondere il Buddismo (che era già giunto in Cina nel I secolo d.C.), per poi sintetizzare una sua scuola, il Buddismo Chan (Chan o Zen = meditazione), fondando un ordine monastico, lo Shaolin, e un particolare stile di Kung Fu che prevedeva la vita monastica, il lavoro, la meditazione, oltre che la pratica marziale. 

Da quel momento e per sempre alcune arti marziali cinesi ebbero come sostrato filosofico il Buddismo Chan, altre il Taoismo, altre ancora il Confucianesimo e molte un sincretismo tra le tre correnti di pensiero; in Giappone fu lo Shintoismo e il Buddismo Zen a fungere da substrato, mentre nel Sud-Est Asiatico (in particolare in Indonesia) un sincretismo tra Induismo, Islamismo, Buddismo e Animismo. 

E’ questo contenuto ideologico e filosofico a distinguere, in Oriente, un’Arte marziale da una Tecnica di combattimento.

Probabilmente l’ultima grande svolta di quasi tutte le Arti marziali orientali si ebbe tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX, un’epoca in cui molti Paesi uscirono da un certo isolamento culturale con l’occidente, altri tentarono di affrancarsi dalla dominazione straniera, altri ancora si dotarono di strumenti politici nuovi; furono decenni, oltre che di risveglio culturale, anche di lotte sanguinose.

Dalla seconda metà del XX secolo, dopo la fine della II Guerra Mondiale, le Arti Marziali orientali iniziano a diffondersi in tutto il Mondo, a partire da Stati Uniti ed Europa.

Uno degli aspetti più caratteristici delle Arti Marziali è lo studio e la pratica delle “Forme” o “Boxe con le ombre”, che consistono in una sequenza di movimenti stilizzati, con i quali si simula un combattimento contro uno o più avversari.

L’uso del termine “stilizzati” non è casuale, esso, infatti, ha una duplice accezione: da un lato sta a indicare dei bei movimenti, eleganti, raffinati; dall’altro indica dei gesti caratteristici, rappresentativi di un determinato “stile” e possono essere ampi, circolari, corti, rettilinei, lenti, veloci, fluidi, a scatto.

Le “Forme” e i loro movimenti sono, quindi, il marchio di fabbrica, il segno distintivo di ogni singolo “stile”, ne esprimono le basi teoriche, concettuali e filosofiche; benché contengano pugni, calci, parate, salti, non sono direttamente funzionali al combattimento o alla difesa personale, ma tendono a sviluppare delle attitudini fisiche, cinetico-percettive, tecniche e interiori.

Le “Forme” non insegnano la tecnica ma “istruiscono la mente attraverso il corpo e il suo movimento”.

Nelle fasi iniziali dell’apprendimento esse donano al praticante: elasticità muscolare, mobilità articolare, resistenza, tonicità, velocità, capacità di coordinare le fasi respiratorie ai movimenti, qualità organiche aerobiche e anaerobiche; le attitudini fisiche, quindi, necessarie alla pratica dell’arte marziale.

In uno stadio successivo si acquisiranno le attitudini cinetico-percettive: capacità di sentire il proprio corpo che si muove nello spazio, sviluppare il senso propriocettivo, la coordinazione oculo-manuale, l’armonia nel gesto, la fluidità di movimento, la consapevolezza spazio-temporale, la lateralizzazione, la conoscenza delle sensazioni del proprio corpo in rapporto con lo spazio e gli oggetti del mondo esterno; tutto ciò, grazie a una continua stimolazione dei processi neuromuscolari.

In quanto alle attitudini tecniche, le “Forme” possono essere considerate un vocabolario, in esse, infatti, sono contenuti ed elencati i movimenti caratteristici e rappresentativi dello “stile”, il suo patrimonio tecnico, e, soprattutto, i suoi principi ispiratori.

E’ importante esprimere i movimenti, non limitarsi a eseguirli, essi sono delle immagini dietro alle quali si celano i contenuti; l’essenza resta, spesso, intellegibile ai più, se dietro all’esecuzione dei movimenti non c’è una conoscenza teorica e filosofica che consenta di coglierne il simbolismo.

Il movimento, infatti, è solo l’immagine di una idea più rarefatta, e, se, all’inizio l’immagine (la “Forma”) è funzionale alla comprensione tecnica, in uno stadio più avanzato occorre coglierne lo spirito.

Potremmo, infine, definire le “Forme” dei disegni, nel senso letterale della parola, ovvero dei “SEGNI” che DIvengono; dove i “Segni” sono le singole posizioni, mentre il loro concatenarsi realizzano il “Disegno”.

A livelli più avanzati la “Forma” è una meditazione in movimento; quando non ci si deve più preoccupare di ricordare la sequenza o di eseguirla correttamente, ci si può estraniare da tutto ciò che ci circonda per immergersi profondamente in noi stessi, entrando in un altro stato di coscienza, detto “Non-Mente”.

Questo stato di vuoto interiore, o meglio di assenza di pensiero fisso, consente di “Non-Agire” (agire spontaneamente, senza l’intervento del pensiero), che è un requisito essenziale per raggiungere quell’abilità che va oltre la tecnica.

In una mente priva di pensieri, dove non c’è coscienza di sé o dell’avversario e nella quale non esiste la paura della sconfitta o il desiderio di vittoria, si concretizzano le risposte adeguate a ogni situazione; interno ed esterno si armonizzano, consentendo così una reazione spontanea  e appropriata.

“In un’anima assolutamente priva di pensieri e di emozioni, nemmeno la tigre trova posto per i feroci artigli”.

“Nessun pensiero, nessuna riflessione. Vuoto perfetto. Eppure dentro qualcosa si muove, secondo leggi proprie”

“La vittoria è di uno soltanto, di chi, già prima della lotta, non formula pensieri propri ma si affida alla non-mente della Grande Origine”

Praticare le “Forme” vuol dire intraprendere un viaggio iniziatico, catartico, attraverso una dimensione che condurrà a una progressiva presa di coscienza di se stessi e ciò permetterà di vedere le cose da un altro punto di vista, di cogliere la “Realtà Ultima”, spesso celata dalla realtà quotidiana.

Questo stato di quiete e di silenzio interiore è la condizione per una crescita spirituale e il ripetere frequentemente questa esperienza, consentirà di trasferire spontaneamente nella propria vita quotidiana quell’equilibrio e quel distacco necessari per una nuova e più profonda consapevolezza.

“Trenta raggi convergono nel mozzo

Ma è nel vuoto del mozzo l’essenza della ruota

I vasi son fatti di argilla

Ma è il vuoto interno che fa l’essenza del vaso

Mura con finestre e porte formano una casa

Ma è il vuoto di essi che ne fa l’essenza

In genere: l’essere serve come mezzo utile

Nel non-essere (nel vuoto) sta l’essenza”

(Lao Tse)

La pratica delle Arti Marziali, che si esprime principalmente nello studio delle “Forme”, consente, quindi, di realizzare il vuoto interiore, che crea nell’individuo un terreno fertile per la spontanea crescita interiore, che consentirà di scorgere la “Realtà ultima” delle cose e di coglierne le “Leggi” che la regolano (i “Cinque elementi”, i “Mutamenti”, il “Tai Chi” o “Tao”).

Le Forme, che rispecchiano la simbologia del rito, sono un’insieme di FIGURE concatenate, dove le singole Figure non sono immagini statiche ma movimenti cristallizzati, espressione di una sorta di geometria mistica ed esoterica e dove il nostro corpo si fa strumento per realizzare, nello spazio a noi circostante, immagini che si creano e si dissolvono, come segni che divengono nel dar vita a un disegno.

La “Forma” quindi, come danza rituale, identità culturale, reperto archeologico, strumento d’indagine antropologica, pratica esoterica, misticismo, alchimia dell’anima, mezzo per comprendere realtà più profonde.

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